Nel corso della nostra esistenza, la realizzazione di un progetto, sia esso artistico, lavorativo, personale o collettivo, segue dinamiche tanto universali quanto personali.
Un aspetto poco valorizzato, ma estremamente importante nel percorso creativo ed esistenziale, riguarda la coesistenza delle varie possibilità d’azione e della loro concreta realizzazione, fino a che il sogno o il progetto non prende finalmente forma e “esce” nel mondo. Finché un progetto rimane potenzialità, una somma di intenzioni e sogni, tutte le strade restano aperte; nulla è ancora definito, tutto può ancora cambiare. È questa la fase iniziale, quella delle infinite possibilità: ogni scelta sembra ancora reversibile, ogni esito plausibile.
Il processo, se lo si riduce ai minimi termini,
risulta apparentemente semplicissimo, persino banale.
Iniziamo sempre con un abbozzo, una visione in embrione.
Spesso questo passaggio prende la forma di una sorta
di “poetico sogno”, inteso come suggestione nebulosa,
idea ancora del tutto informe, mancanza di un vero
progetto strutturato. C’è un desiderio, una tensione
verso una forma ideale che però non sappiamo ancora
tradurre in qualcosa di compiuto. In questa fase,
il nostro sforzo creativo è ancora fluido e indistinto.
E la
tensione che sperimentiamo è già una prima forma
di esposizione al fallimento,
sentiamo confusamente
che l’idea non ci soddisfa, che non abbiamo gli
strumenti o la chiarezza necessaria per realizzarla pienamente.
Questo incontro precoce con il fallimento è tutt'altro che secondario. Anzi, è essenziale. Riconoscere il fallimento, anche nei suoi primi segnali, diventa fondamentale. Ammettere che un’intuizione non porta a nulla di concreto, oppure che la nostra capacità non è ancora sufficiente per dare forma a ciò che desideriamo, non è solo un atto di umiltà, ma anche di grande consapevolezza. Nel momento in cui riconosciamo il fallimento, smettiamo di ingannarci, di nasconderci dietro scuse o aspettative eccessive, e iniziamo a cercare soluzioni funzionali, alternative e compromessi. Nasce da qui il cambiamento: solo chi è in grado di guardare in faccia il fallimento può trovare le energie per reagire, rimettersi in gioco e orientarsi verso una nuova strada.
Trasformare il fallimento in qualcosa di positivo è, in realtà, il punto chiave di ogni evoluzione personale e creativa. Il fallimento non è semplicemente l’assenza di successo, ma un momento di rottura, l’istante in cui le nostre tensioni, le nostre paure e le nostre fragilità emergono in tutta la loro forza. È proprio qui che il nostro considerarci esseri imperfetti, vulnerabili, limitati, si mostra in modo cristallino. Riuscire a vedere questa esposizione come un’opportunità invece che una condanna, ci permette di riformulare il nostro obiettivo, di cambiare prospettiva e, inaspettatamente, inventare soluzioni mai considerate precedentemente.
Tutto ciò richiede l’onestà verso sé stessi, senza questa qualità, nessuna vera trasformazione è possibile. Spesso la difficoltà più grande non sta nell’affrontare il fallimento, ma nell’accettare senza autoinganni che il percorso che avevamo in mente non funziona, che dobbiamo cambiare rotta, magari rivoluzionare tutto. Eppure, una vita vissuta nella reticenza, nel nascondersi dietro le proprie illusioni, finisce per divenire sterile, incapace di produrre assimilazione, soddisfazione. Da qui nasce il concetto di “piacere estetico del fallimento”. Forse non esiste come categoria canonica, ma ha un senso profondo: imparare a vedere la bellezza anche nei momenti di crisi, coglierne la potenza trasformativa, accettando quanto di frequente è proprio durante la caduta che ci conosciamo, scopriamo veramente.
È nel punto di rottura, dove il soggetto vacilla e cade, che l’individuo si mostra per ciò che è: spoglio di ogni maschera, fragile e autentico. In quel momento si crea uno spazio di empatia, un’occasione per riconoscersi nei limiti altrui. Tutti falliscono, nessuno, nemmeno i più grandi successi sono privi d’inciampi, tentativi abortiti, deviazioni rispetto al progetto originario. Ogni successo è, quasi sempre, il risultato visibile di una lunga catena di pasticci e fallimenti. Ogni piccolo traguardo racchiude in sé diversi tentativi andati a vuoto, di sconfitte parziali, di strade senza uscita.
Quando, alla fine, ripensiamo alla nostra vita,
raramente rimpiangiamo ciò che abbiamo fatto. Piuttosto,
ciò che pesa di più sono le strade che non abbiamo percorso
per paura di fallire, le porte mai aperte per timore di
esserci svelati vulnerabili.
Abbracciare l’estetica del
fallimento, imparare a vederne la profondità, diventa allora
la vera chiave per una vita vissuta pienamente, invece di una
sequenza di successi impeccabili, un'entusiasmante avventura,
autentica, piena di errori, ripensamenti e, proprio per questo, ricca di senso.
Noi siamo impegnati in un gioco che non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.
George Orwell
Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.