Come distinguere tra l’attesa “opportuna”, quella che nasce da un ascolto autentico di sé, e il differire che in realtà è solo una scusa dietro cui si nasconde la paura di sbagliare o di soffrire?
Per riconoscere questa sottile differenza occorrono auto consapevolezza e onestà con sé stessi. Alcuni spunti di riflessione per distinguere tra un’attesa fisiologica e necessaria, quale è il tempo della maturazione della scelta e un rimandare dettato dalla paura.
Osservare le emozioni sottostanti.
Cosa provo davvero quando penso di rinviare qualcosa? Mi sento sereno e tranquillo, come se stessi rispettando il mio ritmo interno, o avverto invece ansia, senso di colpa, agitazione, tensione? Quando il rimandare è dettato dalla paura di fallire, di essere giudicati, di perdere qualcosa, queste emozioni emergono come segnali chiari. Se invece il motivo è un reale bisogno di recupero, introspezione o pianificazione, spesso si accompagna a una sensazione di pace.
Analizzare razionalmente le ragioni.
Chiedersi: le motivazioni che adduco per rimandare sono concrete, oggettive e verificabili
(“ho bisogno di acquisire una nuova competenza”, “devo aspettare che si crei una determinata condizione”) oppure sono vaghe, generiche, ripetitive (“non è mai il momento”, “potrei non essere all’altezza”)? La scusa è spesso poco solida o continua a cambiare nel tempo senza portare a una vera evoluzione.
Frasi tipiche abituali.
C’è una ricorrenza nel mio modo di rimandare? Se noto che spesso, nelle situazioni importanti, tendo a trovare motivi per non agire, questo può indicare una paura di fondo che guida il mio comportamento più della reale necessità di aspettare. Se invece in passato ho scelto con consapevolezza sia di agire che di attendere, valutando di volta in volta, probabilmente sto rispettando il mio vero ritmo.
Esplorare l’immaginazione e la paura del giudizio.
Mi blocco di fronte alla possibilità di sbagliare? Ho paura di deludere le aspettative altrui, o di fallire i miei stessi standard? Spesso sono proprio queste dinamiche interiori che ci portano a differire all’infinito, ingabbiandoci in una stasi auto-imposta. Immaginare lo scenario peggiore, e chiedersi quanto davvero sarebbe terribile, aiuta a vedere la sproporzione fra la paura e l’effettivo rischio.
Sperimentare con piccoli passi.
Un buon modo per capirlo è provare ad agire in piccolo, senza aspettare la perfezione.
Se anche nelle piccole cose mi accorgo che rimando senza veri motivi,
forse c’è dietro la paura di mettermi in gioco.
Viceversa, se quando parto mi sento meglio, più energico,
può essere che l’attesa era solo un modo di prender fiato.
Dialogo con qualcuno di fiducia.
A volte uno sguardo esterno, non coinvolto come il nostro, può vedere meglio: un amico, un coach, uno psicologo possono aiutarci a riconoscere se stiamo usando delle scuse o se stiamo davvero rispettando un nostro bisogno.
Porre attenzione, accorgersi che il differire non è una scusa richiede un esercizio di introspezione coraggioso, che ci porti a guardarci dentro senza giudizio ma anche senza sconti.
Non esiste una ricetta universale, ma la valida via è sempre data dall’onestà nel riconoscere le proprie paure, per lasciarle andare quando non servono più, e il rispetto dei propri tempi solo quando sono autentici e non difese travestite. In questo modo, impareremo sempre meglio a distinguere fra l’attesa che nutre e la paura che immobilizza, e a scegliere consapevolmente tra l’agire e il fermarsi.
Smettere di attendere inutilmente, accorgersi della paura di sbagliare,
ritornare a essere attivi padroni della propria vita.
Non essere scoraggiato dal fallimento. Può essere una esperienza positiva. Il fallimento è, in un certo senso, l’autostrada per il successo, poiché ogni scoperta di ciò che è falso ci conduce a cercare con zelo ciò che è vero, ed ogni nuova esperienza punta ad alcune forme di errore che dobbiamo poi evitare attentamente.
John Keats
Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.