Rimpianti e rimorsi

Passato - presente - futuro

Rimpiangere il tempo perduto per ciò che non è avvenuto



Nell’esperienza umana, la riflessione su ciò che poteva essere e non è stato accompagna la coscienza di ciascuno come un’ombra discreta o, a volte, come una presenza ingombrante.


Accade, a volte, a posteriori, di soffermarsi sulle scelte, le svolte mancate, le vie alternative, sugli incroci della vita dove le decisioni sono sembrate definitive e, nella mente, si affaccia il pensiero di come sarebbero potute andare diversamente le cose. Tuttavia, se ci si avvicina alla realtà con uno sguardo più ampio e amorevole, emerge una verità sottile: ciò che è successo non poteva essere null’altro che ciò che è stato. Ogni evento è intrecciato con il mistero del caso e della necessità, del destino e della libertà, ma in definitiva la storia personale e collettiva è fatta di ciò che è realmente accaduto, non di ciò che, solo nella fantasia, sarebbe potuto essere.

Accettare questa evidenza, apparentemente semplice ma profondamente rivoluzionaria, implica il coraggio di lasciar andare. Lasciare andare le aspettative, i rimpianti, le ipotesi alternative e le illusioni sul passato è una delle forme più raffinate di saggezza. È una pratica attiva dell’amore verso sé stessi, che esige la volontà di abbandonare il peso delle domande senza risposta e delle strade non percorse, per riconoscere valore a ogni frammento di esperienza reale. Solo attraverso questo lasciar andare è possibile trovare lo slancio per ricominciare, per aprirsi a nuove possibilità con fiducia a generare ulteriori opportunità soddisfacenti, accettando che la vita è un continuo divenire, un succedersi di fini e inizi, dove ogni capitolo porta con sé la promessa dell’ignoto e dell’imprevisto.

Nel cuore di questa accettazione, il caos si manifesta come elemento imprescindibile, non come nemico da combattere, ma come caratteristica fondante dell’esistenza. Il caos, inteso come imprevedibilità degli accadimenti, come mescolanza di ordine e disordine, è, in un certo senso, un segno divino, una traccia del mistero insondabile che accompagna ogni essere vivente. Può essere amato, accolto infatti come fonte di vitalità, apertura, possibilità di sorpresa e di trasformazione. Oppure può essere ripudiato, affrontato con paura e malinconia, ma la sua presenza resta comunque inevitabile.

Nel dialogo quotidiano con se stessi, questo caos si esprime nel sentire la mancanza di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, una forma di nostalgia per scenari alternativi che si sono dissolti nell’aria. Nelle pieghe del tempo, la stessa mancanza si trasforma talvolta in speranza , magari illusoria, del ritorno di qualcosa o qualcuno che si è perso, immettendo la fiducia compensativa che in futuro la vita possa restituire ciò di cui si avverte la privazione. Questi sentimenti, lungi dall’essere semplici debolezze, sono manifestazioni della capacità umana di attribuire valore alle relazioni, agli incontri, alle opportunità vissute e a quelle solo immaginate.

Eppure, il tempo, nella sua inesorabilità, spoglia ogni esperienza di eternità e ci riconduce al presente. Il tempo che se ne è andato, come quello che ancora rimane, si concentra sempre nell’attimo attuale: l’unica dimensione reale è l’“adesso”. Il passato e il futuro sono territori della memoria e dell’immaginazione, mentre l’esperienza vive pienamente solo nell’attimo presente, nel profondo della consapevolezza del qui e ora. In questo senso, la vita stessa si rivela come una sequenza di semplici azioni amabili: non grandi imprese legate a chissà quali risultati, né sacrifici assoluti da offrire a una causa, ma piccoli gesti, caldi pensieri, gestioni di emozioni e incontri che, proprio perché reali, possiedono una loro inalienabile dignità.

Scegliere di amare ogni azione, ogni esperienza, anche quelle che risultano caotiche o diverse dalle attese, significa riconoscere che l’esistenza si regge sulla capacità di accogliere ciò che c’è stato e ciò che c’è, di valorizzare l’imperfezione, di non attendere continuamente un altro tempo migliore per essere felici. Solo così lo scorrere del tempo diventa terreno fertile per la pienezza, la gratitudine, la creatività.

La parola “esperienza”, in questa prospettiva, perde ogni connotazione fatalistica e si trasforma in un invito a partecipare attivamente alla vita, a scegliere di essere presenti nel reale e nel proprio sentire. Ogni attimo, ogni scelta, ogni incontro può così essere abitato in modo amabile, trovando nella semplicità del gesto corrente il senso ultimo di ciò che siamo chiamati a vivere. L’esperienza della vita consiste nel farsi disponibili a tutto ciò che essa comporta, con il passato, il caos, il presente, la mancanza e l’attesa, nel trovare, nella pratica dell’amore per ogni istante, la forza di lasciar andare, di ricominciare e di crescere con grazia anche nel tremore dell’incertezza.


La realtà è attraversata da un elemento caotico che rende impossibile il pieno controllo, la completa programmazione, la quieta certezza dell’avvenire.



La pena, causata dal desiderio non appagato, è insignificante in confronto con quella del rimorso: la prima si trova davanti l’avvenire sempre aperto e imprevedibile; la seconda, il passato, irrevocabilmente chiuso.
Arthur Schopenhauer

- Gestalt Counselor - Dott. Scienze e Tecniche Psicologiche - Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni -

Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.