Siamo esseri inquieti, gettati in un universo fitto di stimoli e richiami, continuamente sollecitati dai movimenti della mente, dalle pretese del corpo, dalle richieste incessanti del mondo che ci circonda.
Quasi tutte le vie spirituali e filosofiche consigliano di partire dal respiro: esso è la soglia fra ciò che avviene nel corpo in modo automatico e ciò che può essere portato alla luce della consapevolezza. Osservare il respiro significa entrare in una relazione intima con l’adesso, perché non si respira nel passato né nel futuro: si respira solo nel presente. All’inizio, restare in ascolto del respiro – perfino per pochi secondi – può apparire una sfida ardua. La mente torna a riempirsi di monologhi, il disagio del silenzio cresce, la tentazione di rifugiarsi nell’abituale chiacchiericcio mentale si fa insistente. Eppure, con il tempo e la pratica, si scopre che la semplice sensazione non solo è accessibile, ma è anche un rifugio, una fonte di rinnovata lucidità, un porto sicuro nel mare in tempesta del pensiero.
Nella complessità della condizione umana, spesso attraversata da smarrimento, disorientamento e incertezza, si dischiude un territorio nascosto e poco frequentato: quello della relazione con se stessi, dei monologhi interiori che silenziosamente plasmano il nostro modo di essere nel mondo. Il dialogo che ciascuno di noi intrattiene con i propri pensieri può rivelarsi, al tempo stesso, una fonte di perdizione e uno strumento di salvezza. Da questo reticolo di parole mentali, che spesso si avviluppano in ruminazioni, confronti ed elucubrazioni infinite, nasce l’esigenza di lasciare finalmente spazio ad altro: alla semplice sensazione, alla dimensione più elementare e diretta dell’esperienza.
Ma da dove cominciare a sentire? Ogni istante della nostra esistenza è attraversato da innumerevoli stimoli: il bagliore delle luci, il brusio o la dolcezza dei suoni, il mutare degli odori, la carezza o lo schiaffo delle temperature. A ciò si sommano stimolazioni d’origine interna: dal senso dell’equilibrio che ci ancora al suolo alla percezione del peso della gravità, dai segnali incessanti che provengono dai nostri organi fino alle emozioni che si annidano sotto i pensieri. Il corpo, se solo ci soffermassimo ad ascoltarlo, è un continente sconosciuto, battuto da venti a cui non prestiamo quasi mai attenzione.
Eppure, osservare in profondità, e soprattutto con distacco razionale tutti questi stimoli, appare un’impresa impossibile: la molteplicità e l’intensità delle sovrapposizioni sensoriali ci sommergerebbero come un’onda caotica. Forse non è dunque casuale che, da millenni, le più profonde tradizioni di saggezza, dalle filosofie orientali alla mistica occidentale, suggeriscono di iniziare da un punto centrale, un fulcro al tempo stesso universale e personale: il respiro.
La respirazione è un fenomeno essenziale e straordinario. Vive al confine sottile tra l’involontario e il volontario, l’istintuale e il consapevole. Respiriamo per vivere, senza che la maggior parte delle nostre inspirazioni ed espirazioni necessiti di un comando cosciente, e tuttavia la respirazione può essere portata sotto il controllo della volontà. Modificare il ritmo e la profondità del respiro influenza lo stato d’allerta del corpo, può rilassare o stimolare, placare la mente o risvegliarla. In questo modo, il respiro si rivela il punto d’incontro e di scambio tra la parte istintiva e quella intenzionale di noi stessi: una porta che si apre sul presente, una soglia costantemente accessibile.
Provando ad ascoltare il respiro, molti si stupiscono di quanto sia difficile restare ancorati anche solo per pochi secondi a questa sensazione apparentemente banale. Sorgono subito inquietudini: la mente si lancia nei ricordi del passato o anticipa il futuro con ansia, si attacca ai ricordi o alle aspettative, talvolta con una forza tale da disorientare. Stare nel presente, anche solo con la semplice consapevolezza del respiro, può apparire scomodo, innaturale, quasi fastidioso; la mente sembra un animale selvatico, restio ad essere domato. Ma proprio questa resistenza segnala il valore profondo dell’esercizio: siamo così poco abituati a sentire senza pensare che perfino la sensazione più immediata ci è estranea.
Tuttavia, con la pratica, qualcosa lentamente cambia. Si attraversa una fase in cui lo stare nel presente è ancora fonte di disagio, poi si incontra il turbamento, il senso di sbalordimento tipico dell’incontro con l’inedito, fino a scoprire, infine, che vivere l’attimo può essere spontaneo e, persino, profondamente appagante. Ma questo piacere, avverte la tradizione buddhista, può divenire esso stesso un’illusione, un ennesimo inganno della coscienza: se ci attacchiamo al piacere, se ci sforziamo di trattenerlo, finiamo inevitabilmente col trasformarlo in desiderio e brama, imprigionandoci in un circolo di insoddisfazione non dissimile dal malessere cui cercavamo di sfuggire.
Ecco dunque il paradosso e la sapienza dell’insegnamento: il presente va vissuto con distacco, accogliendo il piacere senza respingerlo ma nemmeno inseguendolo. La sensazione, come ogni esperienza della vita, va attraversata nella sua nuda novità, lasciando che sia così com’è. In questa accettazione totale, che non è rassegnazione, ma apertura cognitiva, si scopre l’incredibile forza del vivere: nonostante lo smarrimento e il disorientamento che ci accompagnano da sempre, è proprio la fedeltà all’attimo, all’essenza dell’esperienza, che ci restituisce alla vita nella sua pienezza.
In questo equilibrio apparentemente fragile, impariamo a riconoscere
che la vita stessa non si offre che momento per momento, e che ritrovare
la capacità di sentire, al di là delle parole,
è forse il passo più concreto e audace per tornare a casa in noi stessi.
L’uomo cerca un ostetrico delle proprie idee, l’altro qualcuno cui egli possa recare aiuto: così nasce un buon dialogo.
Friedrich Nietzsche
Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.