Nell’ambito della psicoterapia, e in particolare nell’approccio della Gestalt,
l’attenzione non si concentra primariamente sulla ricerca di origini lontane dei disagi
e dei blocchi psicologici, come se il passato fosse
l’unica fonte di tutte le difficoltà presenti.
Invece, questa prospettiva pone il suo nucleo di interesse e di cura
sull’esperienza e sui vissuti dell’individuo nel qui e ora,
mirando ad accompagnare la persona nell’identificazione,
nell’accoglienza e nella trasformazione di ciò che blocca
la spontaneità del vivere e il libero fluire delle emozioni nel momento presente.
Secondo la Gestalt, i cosiddetti “blocchi psicologici” non sono semplicemente ostacoli patologici da rimuovere in maniera meccanica, ma possono essere visti come forme di protezione che il Sé ha sviluppato per adattarsi all’ambiente e per fronteggiare situazioni che, in passato o nel presente, sono state percepite come troppo intense, minacciose o dolorose. Questi blocchi vanno riconosciuti e rispettati per la loro funzione originaria e spesso positiva: essi hanno infatti permesso, almeno in un determinato momento, la sopravvivenza psichica e il mantenimento di una certa stabilità o integrità personale. Si tratta dunque di barriere che derivano da una necessità di auto-tutela e di regolazione, più che da una resistenza neurale cieca e ostile al cambiamento.
Un aspetto centrale dell’ottica gestaltica è la considerazione di questi blocchi come disturbi del contatto. Nella teoria della Gestalt, il contatto rappresenta il processo dinamico attraverso cui l’individuo entra in relazione con l’ambiente, gli altri e sé stesso. È un confine vivente e in costante trasformazione, dove si gioca la possibilità di crescita, apprendimento, scambio e, in ultima analisi, realizzazione personale. Quando emergono blocchi psicologici, si sta segnalando un’interruzione di questo processo di contatto: la persona si trova temporaneamente impossibilitata a sentire pienamente, a esprimere, a portare a compimento i propri atti o desideri. Si tratta, quindi, non di resistenze da sconfiggere, ma di segnali di una difficoltà momentanea a lasciar accadere la pienezza dell’esperienza, e spesso sono indice di una soglia che protegge il Sé da un impatto troppo brusco o da una sensazione di vulnerabilità eccessiva.
In questa prospettiva, i blocchi rappresentano un invito a esplorare, con rispetto e curiosità, la soglia di ciò che è sopportabile per la persona in quel preciso momento. La cura non consiste nel forzare questa soglia, nel pretendere un superamento immediato ed eroico della difficoltà, ma piuttosto nel sostare accanto al blocco, nell’ascoltarlo e comprenderlo come una parte legittima dell’esperienza. È utile domandarsi quale bisogno stia cercando di preservare, quale paura tenta di tenere a distanza, quale risorsa, ancora sconosciuta, si cela dietro quella apparente staticità. Solo nella piena consapevolezza del presente, attraverso il dialogo tra terapeuta e paziente, può avvenire un’elaborazione autentica che consenta, nel tempo, l’integrazione di parti rimaste escluse e il recupero di una creatività nel rapporto con la vita.
Questa profonda attenzione al presente non esclude il passato, ma lo riporta continuamente alla dimensione attuale: la domanda principale non è “come e dove si è generato questo blocco” ma “come si manifesta ora, che qualità ha qui, e quali movimenti interiori lo accompagnano?”. Procedendo in questo modo, la psicoterapia restituisce dignità ai dispositivi di auto-protezione che il Sé ha elaborato, permettendo di non vivere l’ansia o la difficoltà come un fallimento, bensì come un messaggio da decifrare. Il processo terapeutico diventa, quindi, un cammino di auto-riconoscimento e pacificazione, nel quale il paziente si addestra a contattare le proprie sensazioni, a cogliere le sfumature dell’esperienza emotiva, a investire con fiducia su quella sottile arte dell’ascolto di sé che conduce, gradualmente, verso una maggiore autenticità.
La visione gestaltica dei blocchi psicologici invita a evitare la dicotomia rigida tra salute e malattia, funzionamento e difetto, per abbracciare una comprensione più organica e dinamica dell’esistenza. Il benessere psicologico, in quest’ottica, emerge proprio dalla capacità di vivere con pienezza il presente, accogliendo anche i momenti di arresto, di ansia, di difficoltà, come tappe naturali di un percorso in cui ogni ostacolo può diventare occasione di maggiore consapevolezza, intimità con se stessi e, infine, crescita personale.
Così, quelli che comunemente vengono etichettati come blocchi sono invece protezioni momentanee, risorse in attesa di trovare un modo più creativo e adattivo di esprimersi. Non sono intralci da eliminare, quanto parti del Sé che meritano ascolto, comprensione e un posto nuovo nella trama complessa della nostra identità. Da questa prospettiva, l’intero lavoro terapeutico si trasforma: non si tratta più di “riparare” un difetto, ma di aiutare la persona ad arricchire la qualità del proprio contatto con sé e con il mondo, accettando pienamente l’umanità della propria fragilità e la ricchezza che ogni esperienza, anche la più difficile, può portare con sé.
La psicoterapia della Gestalt non è tanto interessata a porsi
domande circa il punto in cui lo sviluppo del paziente può essersi
arrestato nell'infanzia, quanto ad aiutare il paziente a
identificarsi con e a elaborare le ansie e i blocchi del presente,
chiamati forse meglio, disturbi del contatto piuttosto che resistenze,
che impediscono la realizzazione dell'atto di crescita immediatamente successivo.
Friedrich Salomon Perls
Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.