Nel percorso esistenziale, l’idea di imparare a cadere rappresenta una metafora potente, che travalica il mero ambito sportivo o tecnico.
Nelle arti marziali, in particolare, la prima lezione impartita non riguarda come attaccare o difendere, ma come cadere. Gli istruttori presuppongono che la caduta non sia solo probabile, ma inevitabile e frequente: l’obiettivo non è mai eliminare l’errore, il fallimento o la perdita dell’equilibrio, ma apprendere il modo più efficace e meno dannoso per attraversare queste inevitabili esperienze. Quest’insegnamento semplice, nella sua profondità, contiene un intero manifesto di saggezza applicabile alla vita quotidiana.
Cadere bene è un’arte. Nei dojo di arti marziali, si sviluppa la capacità fisica di cadere senza farsi male, di assorbire l’impatto, di minimizzare le conseguenze, e soprattutto di rialzarsi rapidamente e con determinazione. Nel processo si interiorizza un atteggiamento di continua accettazione dell’errore e di prontezza al recupero. Questa disciplina “del fallimento” si può e si dovrebbe trasporre anche nella vita di tutti i giorni: saper affrontare gli ostacoli e gli scivoloni della realtà, attraversare il disagio, accettare la momentanea perdita di controllo, e rimettersi in piedi senza indulgere nella vergogna, nell’autocommiserazione o nella rabbia.
La questione fondamentale, tuttavia, non è solo di tecnica, ma coinvolge profondamente la sfera psicologica e, in particolare, il rapporto che si ha con il proprio ego. L’ego, inteso sia come identità individuale sia come narcisismo, rappresenta spesso l’ostacolo più tenace all’apprendimento derivante dagli errori e alla crescita personale. Quando ci si identifica in modo rigido con un’immagine perfetta di sé stessi, ogni inciampo, ogni difetto, ogni errore viene vissuto come un attentato alla propria dignità, come una ferita insopportabile all’autostima. L’“io” narciso non tollera di poter sbagliare: pretende di essere ammirato, impeccabile, invulnerabile. Così, invece di imparare dalla caduta, si tende a nascondere, negare o giustificare il proprio fallimento, condannandosi a cadute sempre più rovinose.
Liberarsi da questa trappola richiede un cammino di auto consapevolezza e coraggio. Il punto realmente cruciale, la soglia del cambiamento, ciò che talvolta possiamo definire in termini di: punto di non ritorno, punto di spostamento. Consiste nell’avviare una relazione onesta con se stessi, con quelli che consideriamo nostri difetti, smettendo di considerarli un’inammissibile eccezione e iniziando, piuttosto, amarli, a riconoscerli come parte integrante della condizione umana. Questo processo raramente avviene in modo repentino o indolore: più spesso, ci si arriva per gradi. In un primo tempo, infatti, la propensione naturale è alla negazione, si tende a oscurare la visione sulle proprie mancanze, le si minimizza, o le si attribuisce a cause esterne. Col tempo, però, attraverso l’osservazione di sé e il confronto con gli altri, si inizia ad ammettere la presenza delle proprie ombre. Successivamente, l’accettazione si approfondisce al punto che diventa possibile parlarne apertamente con chi ci circonda, abbattendo le barriere della vergogna e dell’orgoglio.
Oltre a questa soglia, con frequenza subentra una pacificazione interiore: ci si rende conto che i difetti, le incertezze, le fragilità non sono minacce ma strumenti di apprendimento, occasioni di maturazione e di apertura all’altro. L’opinione esterna, quanto il giudizio che si possa avere ancora un “ego dilatato” o un limite non esplorato, diventa secondaria, non più fonte di angoscia. La vera liberazione consiste proprio nel non lasciarsi più definire dai propri errori né dai giudizi altrui, ma nel saper vedere la propria identità come fluida, mutevole, in evoluzione.
Infatti, il punto di rilievo non è soltanto imparare a ridurre i propri difetti,
le proprie inaccettabili incongruenze o a non errare mai,
bensì sviluppare la capacità di accettarli senza identificarsi
totalmente con essi. I difetti non rappresentano un attentato
all’identità: sono piuttosto una componente naturale dell’essere.
Riconoscerli, esplorarli, discuterli, perfino riderci sopra,
consente di ridurre il potere distruttivo dell’ego e di vivere
con più leggerezza, autenticità e resilienza.
Nell’arte di cadere e rialzarsi, si trova dunque
il segreto di una vita non solo più saggia, ma anche più serena e gioiosa.
Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.
Boris Pasternak
Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.