Amore

lasciare - abitudini

Abitudini e senso di impotenza



A volte ci sentiamo prigionieri delle nostre abitudini, dei pensieri che tornano a bussare e dei ricordi.




Ciò che abbiamo già immagazzinato nella memoria può essere recuperato, e il modo in cui queste esperienze affiorano alla coscienza dipende da come sono state vissute, da come le abbiamo archiviate negli angoli più segreti della nostra mente. Non c’è modo a volte di tornare indietro e modificare quel deposito iniziale, ma esiste sempre la possibilità di trasformare la relazione che intratteniamo con le nostre memorie; riformulare, anche solo in parte, il significato dei ricordi che ci accompagnano. E forse è proprio questo continuo lavoro a poterci aiutare a elaborare ciò che sentiamo, offrendo la possibilità di procedere, avanzare con maggiore serenità, anche quando il vento dell’inquietudine della vita non smette di soffiare nelle avversità.

L’amore stesso, misterioso e sfuggente, ci insegna con delicatezza e forza che lasciare andare, anche l’incompiuto, è un viaggio inevitabile. In fondo, la vita ci obbliga a rinegoziare continuamente il significato del passato, chiedendoci di imparare a distaccarci da ciò che non può più restare, anche quando non ci sentiamo affatto pronti. Ogni addio, ogni cambiamento, ogni svolta inattesa è profondamente intrecciata con la memoria e con il modo in cui siamo disposti a riconfigurare il nostro presente.

La conoscenza, che sia affettiva, emotiva, cognitiva, si costruisce proprio in questo gioco sottile tra vecchio e nuovo. Non è mai una semplice accumulazione di fatti o nozioni, è un processo dinamico che si compie ogni volta che ci troviamo di fronte a nuove informazioni. Apprendere significa essere piacevolmente scossi, perdere qualche piccolo equilibrio, sentire una tensione interna, una dissonanza cognitiva che ci invita ad andare oltre a quello che già sapevamo o pensavamo di sapere. Impariamo attivamente, modificando e accomodando le nostre strutture interiori. Se l’apprendimento fosse automatico, non esisterebbe crescita psicologica, né trasformazione utile e autentica. Ogni reale apprendimento passa attraverso la fatica, il dubbio, la messa in discussione delle nostre stesse mappe mentali.

Al centro di tutto questo c’è il tempo presente, l’unico momento realmente nostro, infatti il passato è traccia, orma nella polvere che il primo vento potrebbe cancellare; il futuro è una promessa, spesso incerta, un desiderio sospeso tra mille possibilità e un’incalcolabile quantità di imprevisti. Solo nel presente, tra l’inquietudine e il desiderio di chiarezza, possiamo scegliere di agire. Ed è proprio questa scelta, questo gesto di intenzione, che fa la differenza, perché quando si agisce, invece di semplicemente reagire, ci si scopre capaci di orientare la propria vita, di partecipare al gioco creativo dell’esistenza con soddisfazione.

Chi agisce entra in relazione con il mondo come protagonista temporaneo ma propositivo, prende le redini, anche solo per poco, e aggiunge un sassolino dopo l’altro procedendo con entusiasmo al proprio percorso. Chi reagisce soltanto, invece, finisce per ritirarsi in un continuo stato di passività, una zona anche confortevole ma dove le inevitabili scosse della vita sembrano prevalentemente provenire dall’esterno, dispensando un senso di impotenza, quieta nostalgia.

La ricerca della perfezione prima di scegliere, ad esempio è una tentazione, un mito che può essere paralizzante. Non esiste nella vita reale: ciò che chiamiamo perfetto è fermo, statico, privo di movimento e perciò senza la linfa della vita attiva. Ciò che consideriamo perfetto, nell’attimo, di fatto, immobile, non amplificando le nostre conoscenze, non modificando, non sbagliando e, proprio per questo, senza respiro. Per questa ragione, cercare stabilità assoluta nelle scelte, anche in quelle più piccole, può irrigidire e rendere monotona l’esistenza, spingendoci a ripetere vecchie dinamiche e lasciando scarso spazio all’inatteso, all’imprevedibile foriero di novità.

L’illusione della certezza è anch’essa un miraggio, per quanto desideriamo ancoraggi stabili, eppure l’indeterminatezza fa parte del tessuto della vita stessa. Forse proprio questa capacità di stare nell’inquietudine, senza giustificarla né fuggirla, è una delle virtù che hanno consentito all’umanità di evolversi e adattarsi. Coltivare la flessibilità mentale, la libertà di accogliere il mutamento continuo e la rinuncia a conclusioni definitive è uno strumento prezioso che ci accompagna nei momenti di transizione, evitando che la paura, quanto la vergogna di non sapere abbastanza, ci paralizzi.

Così il modello di comportamento più vitale è quello che valorizza il fluire, la libertà di scelta, la propensione al cambiamento. Tale comportamento è frutto di tutto ciò che abbiamo vissuto, ma è anche dinamicità, apertura all’esperienza, progettualità senza fissità. In esso convivono una logica interna, una struttura che tiene insieme le azioni, e una prontezza a manifestarsi in modi sempre nuovi, anche quando la nostra attività non è dominante, ma rimane semi nascosta nel silenzio delle nostre intenzioni.

Ogni giorno, con passo incerto ma presente, costruiamo, con nuove domande e nuovi tentativi, la trama incompiuta della nostra esistenza, sempre pronti a lasciare emergere, dal tessuto del già vissuto, nuove possibilità di senso e di azione.


Non c’è giustificazione nella scelta di esser in movimento, ma solo la delicatezza di accettare l’inquietudine come parte vitale del viaggio.



La certezza, l’abitudine, la prevedibilità uccidono non solo la passione (per mancanza di ostacoli) ma anche il godimento, che è parente della sorpresa.
Søren Kierkegaard

- Gestalt Counselor - Dott. Scienze e Tecniche Psicologiche - Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni -

Le azioni utili a rafforzare il potere di scelta, sviluppare un sentimento consono al proprio valore, sono un viatico per nuove energie di vita.